Archivio per Gennaio 2009

Le coppie di fatto non portano la città allo sfascio

Siamo alle solite. Dopo le numerose decisione prese senza mai considerare l’opinione dei cittadini direttamente interessati, registriamo l’ennesimo, ormai incalcolabile, atto di totale indifferenza verso i cittadini avellinesi. In questo caso, parlare di indifferenza e non di incompetenza o interessi personali, è d’obbligo. Il registro per le coppie di fatto non avrebbe di certo portato la città allo sfascio. Come invece hanno fatto molte iniziative di questa amministrazione. Avrebbe semplicemente garantito dei diritti quei cittadini, non pochi, che in questo momento non ne hanno. Nessuna rivoluzione. Nessun capovolgimento di gerarchie politiche. Nessuno scambio di favori. Semplicemente diritti da riconoscere. Ovviamente non ce la prendiamo con l’opposizione di centro-destra, siamo ben consapevoli dei loro dogmi politici. Siamo, però, interessati alla giustificazione che l’amministrazione darà ai cittadini vittime di questa indifferenza. Potrebbe essere “Mi spiace ma siete meno cittadini degli altri e quindi avete meno diritti”. In realtà sappiamo che, come già successo, non arriverà nessuna spiegazione ai cittadini.

Un plauso va quei consiglieri che hanno deciso di alzare la voce di fronte questo scempio gratuito. Non è mai troppo tardi.

Il 2 febbraio, in occasione del Candelora day, saremo in piazza insieme a tanti altri per ribadire la necessità di garantire a tutti e tutte gli stessi diritti e non solo gli stessi doveri.

ISOCHIMICA LA LOTTA CONTINUA !!!

La scandalosa vicenda che continua a mortificare la dignità dei 400 lavoratori ex isochimica,impone di non abbassare la guardia.

Dopo la straordinaria assemblea che ha visto una massiccia partecipazione di operai e, ha sancito la nascita del “COMITATO DI LOTTA” , le istituzioni e quanti dovrebbero tutelare la salute e la vita di centinaia di uomini e donne continuano a dimostrare una vergognosa indifferenza !!!

In questa vicenda l’omertà ha avuto un ruolo determinante, la voce rauca e arrogante di imprenditori spregiudicati e senza scrupolo, sostenuti da personaggi politici corrotti, ha cercato nel corso degli anni di sovrapporsi alle disperate urla di rabbia di centinaia di operai che, in quell’azienda erano mandati al macero in nome del PROFITTO,approfittando dell’ inconsapevolezza rispetto ai danni prodotti dall’esposizione all’AMIANTO, sfruttando la loro necessità di lavorare !!!

E’ UNA VERGOGNA

Ancora oggi,un massiccio MURO DI GOMMA, separa quanti rivendicano i loro sacrosanti diritti da chi dovrebbe adoperarsi perchè vengano rispettate le leggi; i poteri forti, gli interessi economici, continuano ad impedire che questa triste vicenda arrivi al suo epilogo.

Chi rimane in silenzio oggi è responsabile quanto i vigliacchi di allora. Noi non ci arrendiamo, continuiamo la lotta e rivendichiamo che:

tutti gli operai,le loro famiglie e quanti vivono o lavorano nell’area contaminata vengano sottoposti ad una costante e programmata vigilanza sanitaria,come previsto dalla legge;

ai lavoratori e quanti colpiti da patologie riconducibili all’esposizione all’amianto venga riconosciuto il giusto ristoro per i danni subiti.

PER QUESTO ABBIAMO ORGANIZZATO UNA GRANDE GIORNATA DI MOBILITAZIONE PREVISTA PER

SABATO 31 GENNAIO 2009

così articolata:

ORE 10,00 Assemblea Pubblica presso il Centro Sociale “Samantha Della Porta” di Avellino

ORE 12,00 Corteo dal centro sociale fino alla Prefettura di Avellino.

I partiti politici,le associazioni, i sindacati,le cittadine e i cittadini, i lavoratori, gli studenti sono invitati a partecipare e sostenere la lotta.

COMITATO DI LOTTA operai ” ex Isochimica

Un solo popolo e un solo stato

Differenze tra Antisionismo, Antisemitismo e “Antiscemitismo”

L’antisemitismo non è uno scherzo e non si può liquidare certamente con alcune freddure stupide e inappropriate sull’ “antiscemitismo”, che non suscitano alcuna ilarità se non quella di qualche pennuto affetto da aviaria. Quando parlo di “antisemitismo” mi riferisco sia all’antisemitismo storico, convenzionalmente inteso, ovvero il comune, classico razzismo contro gli Ebrei, vittime dell’Olocausto compiuto dai nazisti, sia all’antisemitismo odierno commesso contro il popolo palestinese, anch’esso appartenente alla stirpe “semitica”, anch’esso vittima di una politica di persecuzione e di aggressione imperialista, di atti sistematicamente ostili e terroristici, di veri e propri eccidi di massa, di cui ben conosciamo i responsabili. Il razzismo vero e proprio, il peggior “antisemitismo”, non semplicemente ideologico, ma brutalmente politico-militare, è quello messo in pratica da coloro che rappresentano i veri criminali, assassini e terroristi, vale a dire il regime sionista di Israele e i suoi soci anglo-americani. Altrimenti, come si potrebbe definire la politica di persecuzione e sterminio portata avanti negli ultimi decenni dallo Stato di Israele con l’appoggio, più o meno tacito, degli USA, contro popolazioni inermi e non militarizzate che vivono nella striscia di Gaza?

Rammento che una risoluzione dell’ONU, la 1544 del 19 maggio 2004, ha condannato le violenze israeliane in quella regione, chiedendone l’immediata cessazione. Ma, come tantissime altre risoluzioni delle Nazioni Unite, anche questa è stata disattesa e violata da Israele, che è il vero “Stato canaglia” del Medio Oriente. Ricordo che Israele possiede da decenni la bomba atomica, ma nessuno si è mai azzardato a condannarla o criticarla per questo, mentre si cerca di strumentalizzare in modo assolutamente pretestuoso la semplice volontà del regime iraniano (un regime indubbiamente tirannico ed oppressivo, che io non approvo affatto) di dotarsi di armi nucleari, così come hanno fatto in passato gli USA (che sono stati gli unici ad usare armi atomiche contro popolazioni civili, in Giappone, nell’agosto del 1945), l’ex URSS, la Gran Bretagna, la Francia, l’India e il Pakistan.

Se con l’orribile accusa di “difensore di criminali” si intende infamare chiunque si schieri a fianco delle popolazioni palestinesi, assolutamente inermi e non militarizzate, che vivono nella striscia di Gaza e sono massacrate senza pietà dalle truppe israeliane, ebbene sì, ammetto che quella definizione si adatta al sottoscritto. Così come mi ritengo uno strenuo difensore della causa e delle ragioni del popolo ebraico quando questo è stato ed è oggetto di razzismo, così come quando fu vittima dell’Olocausto, degli eccidi di massa nelle camere a gas, nei lager nazisti durante il secondo conflitto mondiale.

Sarebbe tuttavia assurdo e complicato se cominciassimo a risalire indietro nel tempo, sino agli albori dello Stato di Israele, o addirittura più indietro, sino alla nascita e alla costituzione del movimento sionista internazionale. Un movimento che è stato (ed è tuttora) propugnatore irriducibile della causa ebraica più oltranzista, ed ha fatto ricorso anche a metodi, attività e pratiche terroristiche, che ancora oggi sono una prerogativa e una costante della politica di Israele e del sionismo internazionale. Dunque, mi limiterò (per il momento) a formulare un’elementare, ma agghiacciante domanda: come mai chi difende a spada tratta lo Stato di   Israele contro i suoi nemici e si adopera in tutte le maniere per denunciare ogni accenno di antisemitismo, non si indigna   minimamente, non si commuove neppure a compassione di fronte alle violenze e alle sopraffazioni sofferte per lunghi decenni dal popolo palestinese, a causa di uno Stato il cui popolo ha vissuto per secoli le medesime ostilità e persecuzioni, in tutto il mondo, ma soprattutto durante la seconda guerra mondiale? La “diaspora” del popolo palestinese non merita lo stesso rispetto e la stessa considerazione che riconosciamo (giustamente) alla “diaspora” del popolo ebraico? Il genocidio del popolo palestinese non merita la stessa condanna, la stessa risposta e risoluzione, adottate rispetto all’Olocausto contro gli Ebrei? Nel contempo mi preoccupo di far presente che non sono affatto antisemita. Non sono antisemita in quanto non disprezzo e non insulto alcun popolo di origine semitica, sia che si tratti del popolo ebraico che di quello arabo, dato che non ho alcuna ragione personale, o di altra natura, per farlo. Invece, confesso di essere antisionista, nella misura in cui condanno con fermezza la politica di aggressione e di espansionismo economico-militare perseguita negli anni da Israele ai danni delle popolazioni palestinesi, sempre più confinate ed incalzate nella striscia di Gaza, costrette a subire quotidianamente stragi, persecuzioni e violenze d’ogni tipo da parte di truppe ostili ed occupanti.

Ho letto qualcosa a proposito di uno dei più grandi uomini della storia non solo ebraica ma universale, un vero ebreo socialista, laico ed antisionista: Martin Mordechai Buber. Il quale sosteneva che lo Stato di Israele, ancora lungi dalla sua nascita, non avrebbe dovuto assumere un’identità di tipo etnico-confessionale. Quest’uomo, dotato di buon senso, pensava alla costituzione di un’unico Stato che riunisse tutti i semiti presenti in Palestina. Invece, altri “padri fondatori” della nazione israeliana, di diversa estrazione politico-ideologica, hanno voluto ed imposto la formazione di uno Stato su basi etnico-religiose, strutturato in senso esclusivista e razzista. Tra i nomi dei leader sionisti che hanno contribuito alla creazione dello Stato israeliano come si configura oggi, è inevitabile citare: Davide Ben Gurion, capo dell’Hagamah, l’Agenzia ebraica sionista; Shamir e Begin, capo dell’Irgun, nonché la famigerata Banda Stern, descritte dai Britannici (e non dal sottoscritto) come vere e proprie organizzazioni terroristiche. In senso opposto si muoveva Martin Buber. Questi è ritenuto uno dei padri spirituali della patria e della nazione israeliana. Egli è stato uno dei più importanti filosofi del secolo scorso. Era di orientamento esistenzialista e socialista, ma dissentiva profondamente nei confronti dell’ideologia sionista. Martin Mordechai Buber era esattamente di nazionalità austriaca e di origine ebraica. Aderì inizialmente al movimento sionista internazionale, ma se ne distaccò molto presto, non appena si rese conto della vera natura di quel movimento,   per aderire ad una filosofia di ispirazione esistenzialistica e socialista, e abbracciare la causa della convivenza pacifica tra i popoli in Palestina. Infatti, egli sosteneva che lo Stato di Israele, che si sarebbe formato nel 1948, non dovesse reggersi su un fondamento etnico-confessionale (come poi è accaduto), tanto meno di tipo oltranzista. Martin Buber pensava alla creazione di un unico Stato che riunisse tutti i popoli semiti in Palestina, Ebrei ed Arabi musulmani, per metterli in condizione di convivere pacificamente e di condividere, con pari dignità e pari diritti, le responsabilità della direzione e dell’organizzazione politica, economica e sociale di uno Stato non confessionale, ma laico e inter-religioso. Altro che “due popoli e due Stati”: un solo popolo ed un solo Stato! Questa era la geniale, ambiziosa ma non utopica, in qualche modo “profetica” visione di Martin Buber.

Shalom!

PRC-SC: CON L’ANPI NEL RISPETTO DELLA STORIA D’ITALIA.

Quest’anno la giornata della memoria si “arricchisce” di una particolare proposta di legge presentata alla Camera dei deputati il 23 giugno 2008:

Istituzione dell’Ordine del Tricolore e adeguamento dei trattamenti pensionistici di guerra

La nascita dell’ Ordine del Tricolore è rivolta indistintamente a tutti i cittadini che hanno combattuto nella II Guerra Mondiale.

Parificando i combattenti partigiani della  Guerra di Liberazione dal Nazi-Fascismo con i combattenti fascisti della Repubblica Sociale, si commette a nostro avviso, una smisurata ingiustizia.

I partigiani sono stati in quei tristi giorni i veri promotori di libertà e democrazia, elementi fondanti del nostro ordinamento repubblicano.

Non è infatti accettabile quanto riportato nell’introduzione della proposta di legge in merito ai

“molti combattenti,giovani o meno giovani, cresciuti nella temperie culturale guerriera e « imperiale» del ventennio, ritennero onorevole la scelta a difesa del regime, ferito e languente; altri, maturati dalla tragedia in atto o culturalmente consapevoli dello scontro in atto a livello planetario, si schierarono con la parte avversa, « liberatrice», pensando di contribuire a una rinascita democratica, non lontana, della loro Patria.”

Non reputiamo affatto questa proposta di legge coerente con il clima di riappacificazione  post-bellica. La spinta  alla concordia e al rispetto tra tutti i cittadini non implica il silenzio e l’oblio né per le atrocità compiute dai combattenti fascisti nè per il loro convincimento profondamente antidemocratico.

Diventa a dir poco RIDICOLO concedere a costoro “un’alta attribuzione onorifica, cioè l’appartenenza all’Ordine del Tricolore “ e ancor di più un miglioramento economico, doveroso per chi ha dato tanto per la propria Patria”.

La nostra città non ha vissuto la liberazione partigiana ma ha contribuito con  molti suoi cittadini  alla lotta contro il Nazi-Fascismo e questo non può essere sottovalutato. Si rischierebbe di scadere nel grottesco se, dopo aver riconosciuto il notevole contributo di personaggi come Giovanni Palatucci, si passasse a concedere un qualsivoglia merito a coloro che avversò, pagando con la deportazione e la morte.

La precedente proposta di legge è consequenziale al clima di revisionismo che si sta consolidando in Italia e ad un clima politico senza precedenti che rende fortemente attuali i fondamenti costitutivi dell’ Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

Mai nella storia post bellica italiana si è dovuto riaffermare con tanto vigore la funzione fondante che i partigiani ebbero e ciò ha spinto tanti cittadini ad impegnarsi per l’apertura a breve di una sede ANPI anche qui ad Avellino.

PRC Circolo “E. Che Guevara” Avellino

Collettivo Sinistra Critica Avellino

LA GUERRA TERRORISTICA DI ISRAELE

L’attuale guerra nella striscia di Gaza è il frutto marcio di un complotto internazionale ordito dai sionisti di Tel Aviv e dai loro soci in affari di Washington (con la tacita, inconsapevole o meno, complicità dell’Unione Europea) ai danni non tanto di Hamas, bensì della causa palestinese. L’accordo che aveva condotto alla nascita del governo di unità nazionale non ha sanato la violenta contrapposizione tra le fazioni di Hamas e Al Fatah, anzi. Un scontro intestino giunto all’estremo di una guerra civile in piena regola. Il 15 giugno 2008, dopo aspri e sanguinosi combattimenti, Hamas conquistava il controllo della striscia di Gaza facendo piazza pulita dei dirigenti corrotti di Al Fatah. La reazione del presidente Abu Mazen che sostituiva il legittimo governo di Hamas con un esecutivo di emergenza senza la ratifica parlamentare, rappresentò un vero e proprio golpe avallato da USA, UE e Israele. I quali appoggiano i dirigenti di Al Fatah per indebolire e boicottare il governo di Hamas. Questo atto di sabotaggio fu solo l’ennesimo episodio di una complessa trama di oscure manovre tese ad ostacolare e far fallire l’azione del governo palestinese guidato da Hamas. Lo stesso presidente dell’Autorità palestinese ha partecipato a tali manovre. Una prova in tal senso è stata la designazione da parte di Abu Mazen di Mohamed Dahlan (il famigerato uomo forte dei servizi di sicurezza palestinesi) a vice-presidente del Consiglio per la sicurezza nazionale, l’organo addetto alla supervisione dei servizi segreti palestinesi, che agivano indipendentemente dalle direttive del governo e, non a caso, collaboravano con i servizi segreti sionisti. Le invisibili manovre tramate contro il legittimo governo palestinese erano state denunciate persino dall’ONU il 5 maggio scorso. Dalle prime schermaglie tra le milizie di Hamas e Al Fatah agli inizi dello scorso anno si è rapidamente passati allo scontro frontale nella prima settimana di giugno. Alle vittorie militari di Hamas il presidente Abu Mazen reagiva il 14 giugno dimissionando il governo di unità nazionale e annunciando la formazione di un esecutivo provvisorio di emergenza in attesa di nuove elezioni. Il 15 giugno scorso Abu Mazen annunciava la scelta di un nuovo primo ministro, Salam Fayyad, già a capo del ministero delle finanze nel governo di unità nazionale, un economista di formazione nordamericana ed ex funzionario della Banca Mondiale, assai vicino alla vecchia amministrazione Bush. Il golpe riceveva il benestare immediato del governo israeliano e, a ruota, di quello statunitense. L’esecutivo golpista prestava giuramento il 17 giugno a Ramallah in Cisgiordania.

Come si è giunti a questa tragica situazione?

Tutti potevano intuire sin dall’inizio che l’astio tra le formazioni palestinesi sarebbe presto degenerato in un conflitto aperto e frontale, per cui a taluni conveniva consegnare la Palestina in mano a due schieramenti che si sarebbero combattuti e indeboliti reciprocamente, a netto ed esclusivo vantaggio degli oppressori, ossia a beneficio dell’imperialismo sionista. I governi di Washington e Tel Aviv hanno lasciato fare perché la situazione era chiaramente a loro favore, nella misura in cui le dispute fratricide tra palestinesi e, nel contempo, rivali, avrebbero ulteriormente piegato una nazione già stremata da decenni di lotte contro Israele, senza alcuna necessità di intervenire direttamente. Israele ha proseguito indisturbata la sua opera di repressione e di eliminazione dei dissidenti, ha intensificato le rappresaglie terroristiche nella striscia di Gaza e negli altri territori, costruendo un colossale muro che in pratica cinge un immenso lager nel quale sono rinchiusi oltre un milione di abitanti. Per completare la sua opera Israele, con l’esplicito appoggio statunitense (e la tacita complicità dell’Unione Europea), ha intrapreso una feroce ed orribile guerra, non tanto contro Hamas, perpetrando lo sterminio indiscriminato di migliaia di civili innocenti, soprattutto donne e bambini. Una guerra terroristica, tesa a dividere ancor più la nazione palestinese per controllarla e soggiogarla più facilmente. Oggi, il rischio più serio ed inquietante per il popolo palestinese non è solo l’esaurimento della già misera ipotesi dello Stato-enclave previsto dalla Road Map, ma uno scenario ancor più raccapricciante in cui si profila la creazione di due entità palestinesi distinte e separate, ciascuna sostenuta dai propri sponsor internazionali. Inoltre, bisognerebbe ricordare alcune cifre che sono davvero impressionanti ed emblematiche in quanto indicano lo stato reale in cui versa la popolazione palestinese, cifre concernenti in particolare la disperata situazione di miseria materiale della gente che vive a Gaza. Secondo dati ufficiali forniti dalla Banca Mondiale, il 40% dei bambini della Striscia di Gaza soffre di malnutrizione, oltre il 70% degli abitanti giace sotto la soglia della povertà sopravvivendo a stento con meno di 2 dollari al giorno. Tali condizioni sono soprattutto la conseguenza dell’embargo economico imposto da Israele contro la popolazione di Gaza.

Democrazia e imperialismo

La guerra aperta tra le milizie di Hamas e quelle di Al Fatah ha radici profonde. La ragione principale è che da Oslo in poi Al Fath ha spinto sempre più verso un accordo negoziale con Israele sulla base dello slogan (tanto caro anche alla “sinistra radicale” di casa nostra) “due popoli due stati”. Il fallimento di questa strategia è fin troppo evidente. Ma chi ci ha rimesso e chi ci ha guadagnato? E’ facile rispondere. I Palestinesi non hanno ottenuto nulla, mentre i sionisti di Tel Aviv hanno consolidato le loro posizioni, espandendo i loro domini territoriali con nuovi e crescenti insediamenti coloniali, e relegando i Palestinesi Cisgiordani all’interno di un vero e proprio lager circoscritto da un gigantesco  muro di cinta.

L’Occidente decanta sempre le virtù liberatorie della democrazia, ma quando un popolo decide di autodeterminarsi e di esprimersi liberamente e democraticamente, come è accaduto nel caso dei Palestinesi che hanno voluto la vittoria di Hamas, e il risultato elettorale non è gradito alle potenze occidentali, queste intraprendono una serie di manovre e di tentativi al fine di pregiudicarne e vanificarne ogni valore ed ogni fondamento di legalità. Alle ultime elezioni politiche la stragrande maggioranza della popolazione palestinese si è espressa a favore di Hamas, e non di Al Fatah. Non a caso, la vittoria elettorale di Hamas è stata sin dall’inizio rigettata ed ostacolata dai paladini della “democrazia” nel mondo, cioè gli Stati Uniti d’America. I quali possono indubbiamente vantare un assoluto primato e un’indiscutibile “superiorità morale” nel campo dei diritti civili e delle libertà democratiche (la pena capitale, vigente in numerosi Stati della Confederazione USA, è un nobile esempio della civiltà giuridica e politica nordamericana!), per cui hanno tutti le carte in regola per “esportare la democrazia” nel mondo (un po’ di ironia non guasta). A riguardo gli islamisti non hanno per nulla torto quando disprezzano ed accusano la cosiddetta “democrazia” di essere una “foglia di fico” utile per coprire le nefandezze del capitalismo, la natura autoritaria ed oppressiva, guerrafondaia e sanguinaria dell’imperialismo occidentale. D’altronde, i  medesimi concetti sono formulati dai marxisti, benché in funzione comunista e sulla base di un’impostazione intellettuale ateistica e storico-materialistica. In particolare, Lenin e Rosa Luxemburg definivano la democrazia liberal-parlamentare e costituzionale come un “involucro protettivo” dentro il quale si riparano e si annidano la violenza e il fascismo della dittatura di classe della borghesia capitalista. La logica manichea che pretende di contrapporre la “democrazia” liberal-borghese alla “teocrazia” islamista è l’ennesima trappola ideologico-propagandistica escogitata dalle potenze imperialistiche per mistificare ed occultare la verità, per ingannare l’opinione pubblica internazionale, distraendola dai problemi concreti e dalle contraddizioni realmente esistenti in Medio Oriente, nel Golfo Persico e in altre aree del pianeta strategicamente importanti dal punto di vista geo-politico, economico e militare.

 

Dopo le ultime elezioni palestinesi vinte da Hamas, la comunità internazionale ha imposto un ignobile embargo al fine di ricattare i palestinesi e costringerli a pentirsi di aver votato per Hamas. E’ innegabile che Hamas sia un’organizzazione culturalmente retrograda e misoneista, politicamente reazionaria (diciamo pure islamico-fascista), certamente non progressista, ma è altrettanto ineccebile che Abu Mazen sia una pedina manovrata dagli USA e da Israele, che hanno appoggiato sia la gravissima decisione di Abu Mazen di sciogliere il legittimo governo guidato da Hamas, sia il golpe di Abu Mazen con il quale è stato formato un nuovo governo che non è minimamente rappresentativo del popolo palestinese, in quanto la decisione presidenziale viola apertamente la Costituzione palestinese, non avendo ricevuto la necessaria ratifica parlamentare.

Cui prodest?

Poniamoci una domanda solo apparentemente “sciocca e banale”, che sorge spontanea, almeno nella mente di chiunque sia provvisto di buon senso. Cui prodest? A chi giova la guerra nella striscia di Gaza? Certo non alla causa palestinese. Allora chi ne trae vantaggio? Hamas? Al Fatah? Oppure altre forze in gioco, vale a dire la potenza di Israele, braccio armato dell’imperialismo globale in Medio Oriente? Comunque, un risultato utile questa guerra lo ha già avuto, nella misura in cui ha rivelato al mondo  la natura reale, terroristica e criminale, dello Stato di Israele.

Lucio Garofalo

SALUTE IN CAMPANIA: IL PIANO SANITARIO LA IGNORA!

Dopo la squallida vicenda dei rifiuti, Bassolino sta fallendo  nel settore più importante per spesa di una regione: la Sanità. Il Piano Sanitario Ospedaliero recentemente approvato con L.R. n 16 del 28/11/2008, segna la sconfitta di chi ha gestito il settore ed apre scenari drammatici per i cittadini che vedono messi a repentaglio il diritto costituzionale alla Salute. Infatti, la Salute non c’entra niente con il piano regionale cosiddetto “di rientro finanziario”. Esso cerca di contrastare l’orientamento del governo Berlusconi intenzionato a commissariare la Sanità campana così come ha fatto per i settori strategici della politica locale. L’assessore Montemarano si è precipitato ad obbedire a Berlusconi promettendo 200 milioni di euro di risparmio senza però toccare le vere cause del disavanzo che sono le clientele, le convenzioni, le privatizzazioni dei servizi di supporto.

Particolarmente insopportabile è l’ipocrisia della destra campana che va strillando contro la chiusura di alcuni ospedali pur sapendo che essa è stata sollecitata da Berlusconi stesso; essa chiaramente è solo interessata a sostituire i notabili del centrosinistra con i propri, a partire da manovre per la conquista dell’Ordine dei Medici.

La giunta regionale ha così approvato tagli in settori finora considerati intoccabili: si tagliano i letti di Rianimazione e di Unità coronariche, si definiscono molti Pronto Soccorso con un nuovo nome “Primo Soccorso” volendo intendere che non sono la stessa cosa, ma un livello inferiore di assistenza a chi arriva in pericolo di vita!

Di fronte a queste vergogne, Sinistra Critica chiede ai cittadini, alle associazioni degli ammalati e degli utenti, ai lavoratori del settore sanitario pubblici e privati minacciati dalla ristrutturazione, di mobilitarsi per difendere i propri diritti, e di aprire un serio dibattito sulla programmazione sanitaria perché si parli finalmente di lavoro e di Salute, e non di bilanci e carriere.

Sinistra Critica chiede che vengano resi pubblici i dati epidemiologici dei servizi territoriali, i tempi delle liste di attesa, i controlli sulle intramoenia e sulle convenzioni, per una seria discussione a livello popolare.

Sinistra Critica propone una rete di centri di documentazione sanitaria per rivelare i dati di medicina di base, dare una sede d’incontro agli ammalati ed alle loro famiglie, diffondere la coscienza dei diritti.

Se la Sanità è stata espropriata dai politicanti e dalle corporazioni, la Salute appartiene a tutti! Sostituiamo i baracconi burocratici e truffaldini delle ASL con nuovi spazi di democrazia: le case della salute!

TUNNEL: L’AMMINISTRAZIONE NON SA CHE PESCI PIGLIARE…

cantiere tunnelSiamo alle solite. L’ennesimo rallentamento ai lavori che scatena l’ennesima polemica(legittima) dei residenti e commercianti della zona. I ritardi sulla tabella di marcia sono ormai innumerabili, così come le motivazioni. Una volta i sottoservizi da spostare; poi la “scoperta” di quella che dovrebbe essere la cripta della originaria chiesa del Rosario; oppure il ritrovamento della navicella con cui arrivò E.T.. Ovviamente la domanda viene naturale: ma quando si fa un progetto del genere per una tale mastodontica opera, è mai possibile commettere tutti questi errori che costringono a varie rivisitazioni? E’ come se la NASA avesse detto a Neil Armstrong nel 1969 “ Tu intanto metti in moto il razzo e parti, poi decidiamo per via come arrivare”. Insomma, se l’uomo è arrivato sulla Luna, come mai un tunnellino crea tanti problemi? Ma l’ennesima rivisitazione del progetto che lo porta ad un altro accorciamento, può far ben sperare. Dovrebbero finire le possibilità di rivisitarlo e accorciarlo. A meno che non si decida, in ultima analisi, di svilupparlo in veste di sottopassaggio pedonale che colleghi il tabacchino in piazza direttamente al bar di fronte. Potrebbe essere più funzionale. Eppure c’è un’altra possibilità per renderlo ancor più funzionale e rilanciare il nome della città di Avellino. Richiamando la fauna marittima citata nel titolo, si potrebbe pensare di prendere il tunnel, scoperchiarlo e trasformarlo in una sorta di acquario di Genova interrato. Potremmo chiamarlo “Acquariotunnel” e puntare su specie ittiche tipiche della nostra terra quali il merluzzo, il tonno, il baccalà. Oppure puntare su quelle specie rare in tutto il mondo, ma non (ahimè) nella nostra terra.

Insomma non tutto è perduto, forse c’è ancora una speranza per evitare il Mercatone2.

OGGI, PIU’ CHE MAI, SERVE UN NUOVO INIZIO

Lettera aperta alla sinistra di classe

Con la vicenda di Liberazione, la cacciata di Sansonetti, l’ennesimo scontro interno e la scissione che sta per maturare tra l’area “vendoliana” e la nuova maggioranza del Prc, si rende sempre più evidente che un ciclo politico è definitamente chiuso. Questa constatazione Sinistra Critica l’aveva fatta già al tempo del governo Prodi e dell’espulsione di Franco Turigliatto colpevole di aver votato contro la guerra e di aver rinnegato, in nome di quest’ultima, il vincolo politico al centrosinistra. Ci sembrava evidente che di fronte a una prova vera, inoppugnabile, come quella del comportamento parlamentare relativo alla guerra, un partito che era nato proprio in nome del rifiuto della guerra, rinnegava se stesso e chiudeva simbolicamente la propria parabola politica. Pensiamo di aver avuto ragione e paradossalmente abbiamo visto giusto troppo in anticipo per il sentimento medio dei, delle militanti di Rifondazione. Ora il dado è tratto, senza possibilità di equivoci. Per quanto la nuova maggioranza del Prc abbia scelto la strada della difesa identitaria e dell’arrocamento dentro il proprio fortino, la possibile scissione di circa metà del partito equivale alla fine concreta di quell’esperienza che è stata Rifondazione comunista a cui molti di noi hanno contribuito attivamente anche assumendone ruoli di direzione.

E’ sbagliato dire, come fa oggi la minoranza attuale, che questa storia si chiude a causa dell’irrigidimento “staliniano” del Prc o perché viene meno l’autonomia di Liberazione. Questi argomenti, per quanto contengano elementi di verità, appaiono tutto sommato un po’ forzati e strumentali. Come si fa a parlare, da parte degli autori della cacciata di Franco Turigliatto, di involuzione staliniana? E come si fa a colpevolizzare il mancato coinvolgimento di una parte consistente del partito alla sua gestione se la ex maggioranza, quella uscita dal congresso di Venezia, teorizzò, con inedita virulenza, la pratica del “chi vince prende tutto”?. Quanto all’autonomia del giornale, non ci permettiamo di entrare in vicende interne ad un altro partito, ma ci appare evidente che se per quasi un mese la vicenda Liberazione si è intersecata a dinamiche curiose legate al dibattito sulla psicanalisi, le responsabilità sono tutt’altro che unilaterali e purtroppo hanno un amaro sapore simbolico.

La storia del Prc e delle forze di sinistra, in realtà, si è chiusa sull’altare della prova di governo. E’ vero che per oltre un decennio la questione del governo ha attraversato in particolare quel partito, spaccandolo a ogni congresso e provocondo scissioni più o meno corpose. Un conto, però, è discutere del governo, scegliere quell’orientamento senza avere però la possibilità effettiva di esercitare il governo stesso, un altro è invece assumere incarichi istituzionali e ministeriali e ridursi a gestire miseramente le scelte del capitalismo e dell’imperialismo italiano senza assumere il minimo ruolo di controtendenza. L’abisso in cui il Prc è sprofondato con il secondo governo Prodi non fu toccato nemmeno nel caso dell’appoggio esterno al primo governo Prodi. Sia perché allora, Rifondazione non occupò nemmeno una poltrona, sia perché quell’esperienza fu comunque a termine e conclusa da una rottura clamorosa e da una scissione dolorosa. Di questo abisso che sta alla base della disfatta della sinistra di classe portano la responsabilità tutti i dirigenti attuali delle varie formazioni: da Giordano e Bertinotti a Ferrero, da Diliberto a Fabio Mussi, da Grazia Francescato a Claudio Fava e così via. Discutere dello stato comatoso in cui versa la sinistra senza riferirsi correttamente alle cause che hanno prodotto il male – il governo, nel senso dell’adattamento supino alle compatibilità capitalistiche e alla necessità di “governare i processi” – significa perpetuare all’infinito la malattia. Cosa che gli attuali dirigenti della sinistra di (ex) governo sanno fare molto bene e che infatti stanno facendo con accortezza.

Il punto che ci interessa è se, invece, di fronte a questa diaspora continua e a una crisi rovinosa, sia possibile tracciare qualche elemento corposo di inversione di rotta, qualche resistenza politica e culturale alla dissipazione che provi a far ripartire un cammino utile per gli interessi di classe, per le lotte sociali e per il lavoro difficile dei movimenti di trasformazione. Sinistra Critica è nata con questa ambizione, non per celebrare la propria conservazione, ma per riaprire un’ipotesi di alternativa.

Per questo, di fronte al disastro e alle macerie, pensiamo sia il tempo di prendere in considerazione quello che proponiamo da vario tempo parlando della necessità di una “nuova sinistra anticapitalista”.

Per questo proponiamo un azzeramento delle realtà attuali e una disponiblità a rifondare una sinistra di classe, anticapitalista, comunista, femminista, ecologista che faccia tesoro degli errori passati e riprovi a costruirsi su coordinate programmatiche più corpose, su pratiche sociali efficaci, su metodi organizzativi democratici, pluralisti effettivamente partecipativi, a partire dal basso e che tengano conto delle differenze di genere. Una sinistra che sappia raccogliere la sfida all’intero sistema capitalista nel momento della sua crisi, che sappia rimettere all’ordine del giorno la necessità di costruire una società radicalmente alternativa, che traduca il crescente malcontento sociale e la critica verticale alla politica in una moderna idea di rivoluzione, che quindi sostanzi una corposa prospettiva strategica e non si limiti a “vivacchiare” in attesa di qualche salvifico passaggio elettorale. E che, quindi, sia un processo reale radicato nei luoghi del conflitto sociale e sui territori, agli antipodi di ogni idea di assemblaggio verticistico e sterile di quel che resta sul terreno, dopo la sconfitta e la frammentazione.

Che si costruisca su basi politiche solide e non contraddittorie: serve oggi una sinistra di classe alternativa al Pd che non può restare ambigua di fronte a questo nodo alleandosi a seconda delle convenienze. Non può esistere una sinistra di classe coerente che si pensi in alternativa a Veltroni ma alleata di Soru come ha avuto modo di sostenere Paolo Ferrero: sono queste ambiguità ad aver provocato l’abisso.

Per affrontare una simile fase “costituente” c’è bisogno, lo diciamo senza perifrasi, dell’azzeramento delle attuali organizzazioni politiche, di tutte quelle che si vogliono cimentare con un simile progetto e della ricostruzione di una nuova soggettività politica che guardi al futuro e alle nuove generazioni senza rigurgiti identitari e senza nostalgie retoriche. Non proponiamo di buttare via la storia del Novecento ma di rileggerlo in funzione degli interessi di classe e del protagonismo democratico e rivoluzionario delle classi subalterne senza santini consolatori.

Una nuova sinistra di classe, dinamica, aperta è oggi assolutamente necessaria. Molte espressioni della sinistra alternativa che fu pensano oggi che un approdo efficace e utile sia quello di dare vita a una sinistra modernamente riformista, che morda la crisi del Pd e che se ne faccia alleato sia pure concorrente. E’ un progetto legittimo e coerente, forse anche utile se serve a modificare le vicende del Pd stesso, ma non è il progetto che a noi interessa e che interessa a migliaia di militanti ancora oggi legati e legate a una prospettiva anticapitalista e un orizzonte di trasformazione radicale dell’esistente. Non è quello che definiremmo comunista, ecologista e femminista. Una sinistra di questo tipo, invece, è molto importante e avrebbe bisogno dell’apporto di quanti e quante dicono di volersi ancorare a una prospettiva simile a patto di rendersi conto che una fase si è chiusa e che c’è bisogno di una sinistra nuova, una nuova sinistra di classe. La riproposizione statica dell’esistente non farà che aggravare la crisi e alimentare nuove diaspore. Restare abbarbicati al Muro di Berlino non è meglio che governare con il Pd, la reiterazione in automatico di un progetto che la forza dei fatti dimostra esaurito non farà che produrre un imballamento del corpo militante e ripetere all’infinito che Rifondazione continua a dispetto dell’esaurimento del suo percorso non rappresenta una linea politica.

Una sinistra di classe nuova e capace di raccogliere la sfida del futuro deve vedere necessariamente un protagonismo diretto di nuove generazioni militanti, libere dalle responsabilità dei fallimenti maturati finora. La crisi infinita che attanaglia la sinistra non potrà certo essere risolta da gruppi dirigenti che, con sfumature diversa ma d’accordo nella sostanza, hanno convintamente lavorato per portarla al disastro. Ci sono momenti in cui è giusto e necessario fare un passo a lato se questo aiuta a ricostruire la credibilità che oggi manca e a sostanziare con atti e comportamenti quello che spesso rimane nell’ambito delle parole.

Sinistra Critica, ovviamente, continuerà la sua battaglia e la sua costruzione indipendente fino a quando segnali concreti, efficaci e veritieri non verranno dalle altre forze della sinistra di classe. Per noi il modo migliore di far avanzare questa proposta e questa prospettiva è la costruzione dell’unico soggetto che ci crede veramente. Ma siamo e saremo pronti al salto di qualità a condizione che guardi al futuro, che abbia quella dose di innovazione politica che gli studenti dell’Onda hanno reclamato con forza lo scorso autunno, che colga il nodo delle tante soggettività che possono concorrere alla lotta contro il capitalismo e che non faccia sconti di nessun tipo a quest’ultimo, essendo la radice anticapitalista l’unica da cui può fiorire una robusta sinistra di classe.

alcuni chiarimenti in merito all’unità dei comunisti

In merito all’articolo di Buongiorno Irpinia di ieri (venerdì 16 gennaio) a pagina 3 dal titolo “Vendoliani, entro fine mese la scissione dal Prc” in cui era riportato il seguente passo (con l’uscita dell’area Vendola da Rifondazione Comunista “si potrebbe verificare, ma non è ancora imminente, la riunione tra Rifondazione Comunista e il Partito dei Comunisti Italiani. Probabile l’ingresso anche di Sinistra Critica di Turigliatto, fondata dall’ex parlamentare proprio in contrapposizione alla linea di Bertinotti”), il coordinamento provinciale di Sinistra Critica esprime innanzitutto rammarico per come le vicende travagliate della sinistra radicale irpina vengono trattate con leggerezza affrettando spesso conclusioni inopportune.

In questo momento non si è accennato a nessuna ipotesi di riunificazione tra il nostro movimento e il PRC che resta distante da chi, come noi, vuole ricostruire una sinistra di classe, anticapitalista, agli antipodi da discorsi meramente elettoralistici e di alleanze. Inoltre la linea espressa da Ferrero e il suo gruppo dirigente parla chiaramente di un rilancio del soggetto della Rifondazione Comunista che determina un arroccamento identitario che non ci appartiene.

La nostra analisi resta chiara: il progetto della rifondazione comunista è fallito. Ed è fallito per la semplice ragione che non ha assolto i compiti per cui era nata ed è stata per questo letteralmente aspirata in un altro orizzonte strategico, di cui invece doveva rappresentare l’alternativa. Certo, riconosciamo che all’inizio rifondazione ha rappresentato un processo vitale, denso di militanza, capace di resistere allo sfaldamento della sinistra di classe a livello mondiale, dimostrando che si poteva resistere nonostante le difficoltà oggettive che incontrava il movimento operaio, e questo va conservato nel patrimonio della sinistra ma non possiamo chiudere gli occhi davanti alla situazione attuale. La fine della spinta propulsiva di questo soggetto non rappresenta la morte della sinistra, ma lo stimolo per andare avanti sperimentando nuove forme di aggregazione politica e nuovi linguaggi. Con la fine della rifondazione in Italia non si può più rinviare la costruzione di una sinistra in grado di riproporre il tema non del “nuovo” a parole ma della “rivoluzione” del paese, su basi democratiche e di partecipazione popolare, una sinistra anticapitalista e di classe.

Volgiamo dialogare con tutti nel rispetto delle identità e con la consapevolezza che la ricomposizione dei comunisti è un lavoro lungo, che parte dal conflitto sociale e non con la sommatoria di infruttuose classi dirigenti di micro partitini, che si completa nella costruzione di una soggettività nuova, aperta e plurale. Nessuno ingloberà altri. Nei nostri mari non esistono squali grandi che mangiano pesci piccoli.

Centro-sinistra. La sconfitta di Imbriano.

Non vogliamo minimamente addentrarci nelle controversie che il PRC sta vivendo al suo interno nella provincia di Avellino, capoluogo in testa. Allo stato attuale il referente è Gennaro Imbriano e ci rifacciamo alle sue parole. Da qualche mese non fa altro che inneggiare ad una alleanza con il PD in nome di un nuovo progetto di centro-sinistra. Un progetto che, allo stato attuale, ancora non ha ottenuto una spiegazione politica concreta. Tale progetto sembrerebbe vertere su semplici concetti slogan quali “nessuna marginalità al PD” o “c’è bisogno di una nuova stagione politica”. Anche se il più citato resta il classico “dobbiamo contrastare De Mita e le destre”. Oramai sono anni che si assiste, a livello nazionale e locale, a questo modo di (dis)fare politica con programmi che basano la loro esistenza sulla presentazione di un qualsivoglia spauracchio tale da giustificare ogni ipotetico cartello elettorale. E così, ad Avellino assistiamo ad Imbriano che lancia nuovi cartelli elettorali in nome, non di un accordo per la cittadinanza e per il benessere sociale, bensì semplicemente per contrastare De Mita e le destre. Insomma ripropone quei progetti fallimentari a cui l’Italia ha già assistito alle elezioni politiche del 2006, ma anche alle ultime elezioni regionali in Abruzzo. Tutti cartelli elettorali privi di consistenza politica e nati con l’unico scopo di vincere in qualsiasi modo le elezioni. Questo sembra essere anche l’obiettivo di Imbriano in Irpinia. Vincere in qualsiasi modo le elezioni indipendentemente dall’alleato presunto o tale. Altrimenti non si spiega questo cartello elettorale. Non possiamo non considerare che l’alleato di Imbriano è quel PD che detiene la maggioranza nel consiglio comunale di Avellino, quindi è quel PD colpevole della situazione disastrosa che vive la nostra città. Forse Imbriano, prima di parlare di nuova stagione politica per il centro-sinistra, farebbe bene a considerare i disastri commessi da questa amministrazione: una differenziata partita con colpevole ritardo e che stenta a funzionare in modo appropriato; la distruzione del parco Fenestrelle in nome di una bretella la cui utilità ancora non è stata spiegata, per non parlare del tunnel di piazza Libertà, il quale già appariva inutile nel progetto iniziale, ma ora, grazie alle numerose rivisitazioni dell’amministrazione Galasso, rischia di prendere il posto del Mercatone nella classifica “sperchi e disastri ambientali”. Ci sarebbe tanto altro ancora come l’Eliseo, la vicenda LSU, il totale disinteresse per le periferie, la vicenda ex-Isochimica. Probabilmente, gioca a svantaggio di Imbriano il fatto di non essere di Avellino città, il che lo porta a non conoscere bene tutto ciò che ha fatto e continua a fare quel partito che vorrebbe tanto come suo alleato alle prossime elezioni. Deve essere proprio questa sua lontananza dalla città capoluogo che lo porta a non conoscere, o non considerare, il malcontento diffuso da parte della popolazione avellinese verso questa amministrazione. Non vogliamo che, in Irpinia, si verifichi una situazione simile a quella abruzzese dove, il forte astensionismo, ha denunciato un spaccatura preoccupante tra politica e cittadinanza. Per conto nostro continueremo a lavorare per ricostruire la sinistra partendo proprio dall’Irpinia perché siamo consapevoli che, un progetto politico che sia veramente nuovo, è possibile solo con le forze che stanno a sinistra. Tutti gli altri progetti politici non hanno nulla di nuovo, ma rappresentano solo la riproposizioni di esperienze fallimentari viste e straviste, volte solo a tentare di rigenerare chi ha totalmente sbagliato durante il suo mandato, che sia quello di sindaco o di segretario provinciale o di portiere di un palazzo.

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