“ […]per dirla senza giri di parole, il PRC continua ad essere in troppe giunte (basti pensare a quelle calabresi e campane) e ha già avviato trattative per la continuazione o inaugurazione di esperienze di governo su una linea minimalista e frontista che è la stessa degli ultimi anni. La svolta a sinistra nella maggioranza dei territori non c’è. C’è un continuismo che nella attuale situazione si configura come una vera e propria svolta destra.”
Ramon Mantovani
È chiaro che la domanda di unità del popolo della sinistra anticapitalista è sempre più pressante, come è chiaro che questo arcipelago di partitini non serve assolutamente a niente, anzi crea solo confusione nell’elettorato e ingrossamento dei consensi di Di Pietro. Ma la proposta di ritornare a rifondazione comunista e ripartire da lì per creare una sinistra anticapitalista moderna e dinamica è pura retorica e soprattutto fantasia. La frase con cui inizio questa mia “analisi” è di Ramon Mantovani, noto dirigente del PRC (a mio avviso uomo lucido e razionale, compagno straordinario, l’unico che merita di dirigere quel partito), estrapolata dalla lettera che lui ha inviato alla maggioranza uscita vincitrice dal congresso di Chianciano. A dire la verità bisognerebbe riportare molti passi, io vi consiglio di leggerla tutta [Lettera aperta alla maggioranza di Chianciano.]
È evidente di come a sinistra l’unico chiarimento possibile prima di innescare meccanismi di unità, o annessioni come vorrebbe qualcuno come Claudio Grassi, è il governo locale e le varie esperienze. L’ultimo dato, quello della Sardegna, è inequivocabile: il centrosinistra, così come lo abbiamo conosciuto dal 1996 ad oggi, è morto. Noi non avevamo dubbi da molto tempo ma le ultime due o tre batoste elettorali (Roma, Abruzzo, Sardegna) lo dimostrano con disarmante chiarezza. È chiaro quindi come non vanno ricercati nuovi stimoli e collanti con il PD ma bisogna ricostruire dei legami forti e duraturi con la base, ricostruire una fiducia reciproca che da tempo non c’è più. Fiducia che rinasce anche guardando all’operato “istituzionale” di rifondazione sul territorio. Io mi chiedo come un operaio, uno studente, un elettore possa fidarsi di un partito che partecipa alla spartizione di potere in Campania e in Calabria, o che a Bologna non esita a mettere alla porta il suo segretario pur di allearsi con il PD; lo stesso PD che appoggia Cofferati a cui il PRC ha sempre fatto opposizione negando la fiducia. Come si fa a credere ad un partito con “organismi dirigenti composti pesantemente da persone direttamente o indirettamente dipendenti, dal punto di vista del reddito, dagli “istituzionali”. Decine di circoli con numeri spropositati di iscritti che si schierano come un sol uomo in occasione del congresso passando da una mozione all’altra sulla base della convenienza dell’istituzionale di turno, ma che spesso non svolgono alcuna attività politica fra un congresso e l’altro che non sia connessa alla visibilità e al prestigio dell’istituzionale di riferimento. Patti trasversali fra istituzionali interni ed esterni al partito e lotte fra diverse fazioni con l’unico scopo di assicurarsi il controllo degli organismi preposti a prendere le decisioni circa le alleanze elettorali e soprattutto a condurre le trattative per la spartizione di decine e decine di posti ben pagati nella pletora di enti di seconda nomina. Pratica diffusa di raccomandazioni di ogni genere allo scopo di costruire pacchetti di voti da usare alle elezioni, o addirittura allo scopo di far transitare persone, alla bisogna, dalla minoranza alla maggioranza nella direzione locale del partito.” (anche questo inciso è di Ramon Mantovani).
Io personalmente non sono così drastico nella chiusura a Rifondazione, tra l’altro credo che bisogna aprirsi e prendere la sfida delle europee accettando la proposta del PRC, ma da qui a prospettare un rientro ci vedo un abisso. Sciogliere una esperienza importante come Sinistra Critica e rituffarci, in questo momento, di nuovo nel calderone del nostro ex partito significa suicidarsi, buttare a mare tutto il percorso fatto fin qui, perdere il nostro straordinario patrimonio di giovani che si avvicinano per la prima volta o riavvicinano alla politica grazie alla nostra azione e presenza. Ripeto non sono drastico nella chiusura, auspico un percorso comune che porti alla ricongiunzione nel minor tempo possibile, ma con punti chiari e discontinuità nella gestione. Non è un problema di nome e simbolo, per me il nuovo partito anticapitalista si può chiamare anche rifondazione comunista a patto che sia nuovo dentro, nuovo di idee, contenuti, pratiche e uomini. Non si può chiedere unità senza aver tratto un bilancio della propria storia, dei motivi della rottura e della degenerazione interna.
Se si pratica realmente la svolta a sinistra descritta nel documento di Chianciano l’unità sarà automatica. E ci spero con tutto il cuore.
Mario Guerriero
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