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LA FORZA DELLE DESTRE, LA CRISI DELLE SINISTRE. SI APRE LA FASE DELLA RICOSTRUZIONE

Le elezioni europee, e amministrative, si presentano come una conferma degli elementi di fondo che animano la società italiana ed europea. Progressiva sconfitta di una sinistra socialdemocratica compromessa con il sistema; tenuta della sinistra di classe ma anche sua avanzata piena quando riesce a intercettare nuove dinamiche sociali (Bloco portoghese, Npa francese); tenuta faticosa dei partiti dominanti che reggono l’urto della crisi ma non crescono in consensi e in egemonia (Cdu, Ump, Pdl); contestuale affermazione di partiti razzisti e xenofobi dai tratti pericolosi (compresa la Lega); affermazione generalizzata di forze politiche del tutto nuove, o percepite come tali, che rompono schemi consolidati e alludono a un rinnovamento della politica (Cohn Bendit, Di Pietro, Partito dei Pirati).

1. La grande sconfitta è l’Unione Europea che raccoglie l’adesione più bassa di voto dalla sua nascita (43%). Il progetto di unificazione non ha mai convinto (vedi referendum in Francia, Olanda e Irlanda) e tanto meno convince al tempo della crisi. L’Europa non è una formula economicamente conveniente per i suoi abitanti e le illusioni si rompono soprattutto a Est che invece avevano accolto il proprio ingresso nella Ue a colpi di feste in piazza. Si realizza così un evidente fallimento del progetto di una componente della borghesia continentale che invece preferisce cedere alle lusinghe di un neo-nazionalismo protezionista – vedi la vicenda Opel-Fiat – in cui le prestazioni migliori vengono offerte dai partiti popolari e conservatori. Di qui la tenuta di Cdu, Ump, Pdl o l’avanzata del Pp spagnolo. Fa eccezione il partito conservatore greco che però ha dovuto affrontare una sollevazione popolare.

2. La crisi del progetto europeo trascina con se i socialisti che non hanno un’alternativa valida da proporre e che non dispongono di una ricetta per uscire dalla crisi e la cui commistione con il sistema capitalistico si confonde più con le istanze liberiste e sovranazionali che con quelle nazionali ma dal sapore protezionistico. Il partito socialista europeo viene sconfitto nella sua linea strategica e l’unico in grado di reggere sembra quello spagnolo o un Pasok che ha appoggiato le mobilitazioni. Ma è un crollo di fondo che colpisce i pilastri della socialdemocrazia continentale: Labour, Spd e Ps francese. Di fronte ai conservatori che ricorrono all’intervento statale per salvare le imprese i socialisti si preoccupano di salvaguardare i princìpi del liberismo; la rottura con gli interessi materiali dei lavoratori si nota in tutta la sua evidenza e produce una sconfitta di grandi proporzioni.

3. Questa situazione, la profondità della crisi e il suo impatto sociale, la demoralizzazione che ne deriva, l’assenza di un movimento europeo che coinvolga il movimento operaio – eclatante il silenzio del settore Auto – o di movimenti sociali in grado di segnare l’agenda europea, contribuiscono a spiegare il voto alla destra razzista che agisce su popolazioni e su settori di lavoratori atomizzati, ripiegati su se stessi, indifesi e incattiviti dalla crisi. Il caso olandese e austriaco si pongono all’avanguardia ma non va sottovalutata la crescita di consensi alla Lega nel centro Italia e addirittura nel Lazio. Un voto di opinione a favore dei respingimenti e di una linea “coerente” contro i migranti si afferma sempre più.

4. La sinistra alternativa tiene, a eccezione dell’Italia e della Spagna. Va bene quando assume posizioni coerenti con il 10,7% in Portogallo al Bloco o il 5% in Francia al Npa o, ancora, il 4,7% alla greca Syriza oppure quando conserva i suoi bastioni come nel caso del Pc portoghese al 10,6%, il Pc greco all’8,3, il 7,6% per Die Linke e il 6,3% per l’alleanza francese tra il Pcf e i fuoriusciti dal Ps (che fremono però per rientrare, vista la crisi verticale dei socialisti). Da segnalare anche il 7% al Ps olandese, di difficile collocazione. Una tenuta che non beneficia a fondo dell’arretramento socialdemocratico – vedi Germania o Francia – e che appare priva di una progettualità sul piano direttamente europeo. Il Partito della Sinistra politicamente non esiste più e nel formando Gruppo parlamentare della sinistra unita (Gue) continueranno a convivere correnti e progetti molto diversi: quello comunista-ortodosso, quello nordico, quello della Sinistra europea e quello anticapitalista.

5. In Italia, Berlusconi non sfonda nel paese, l’astensione lo penalizza portandogli via 3 milioni di voti rispetto alle politiche. Il suo governo non convince, non trascina un blocco che vive contraddizioni pesanti, in particolare al Sud dove avviene l’emorragia più pesante. Semmai premia la Lega anche se il balzo percentuale è soprattutto frutto della diminuzione dei votanti. In termini assoluti Bossi e i suoi conservano intatto – ed è comunque un successo – i loro 3,1 milioni di voti con un significativo allargamento dei consensi in Emilia Romagna, nelle Marche e anche in Toscana.

La crisi sociale, gli scandali sessuali, una effettiva delusione verso un governo che ha solo peggiorato le condizioni di vita dei lavoratori si fanno sentire anche se il successo della Lega, unica formazione xenofoba al governo in un paese dell’Unione può acuire l’aggressività del governo e renderlo ancora più pericoloso per i lavoratori chiamandoli a una necessaria mobilitazione.

6. Chi fa il vero balzo è Di Pietro che dal 1,5 milioni di voti del 2008 passa a 2,45, affermandosi come il vero vincitore di questa tornata. Di Pietro beneficia di voti Pd (ma anche di voti che provengono da Pdl e Lega) e sfrutta il sentimento dell’antipolitica che agita l’Italia da alcuni anni. Un fenomeno poco rilevante ai fini del conflitto di classe, ma interessante come coagulo di un voto di protesta e di opposizione che va tenuto d’occhio e al quale occorre imparare a parlare.

7. Infine, mentre Casini mantiene un pacchetto stabile di circa 2 milioni di voti prevalentemente al Sud e in Sicilia – con una politica del centro che inizia a scontare i suoi limiti – assistiamo a un Pd che perde 4 milioni di voti rispetto allo scorso anno ma che, paradossalmente può dirsi soddisfatto. Il crollo, in effetti, è minore di quanto si era fatto credere tramite i sondaggi e in parte mitigato dal fatto che i voti persi dal Pd si dirigono verso aree limitrofe: circa 900mila a Idv, 600mila a Sl e Comunisti, oltre 2milioni all’astensione. Franceschini tiene quindi in piedi la baracca ma non risolve nessuno dei problemi esistenti comuni al resto dei centrosinistra europei: nessuna seria alternatività ai conservatori sul piano delle ricette economiche, uno scollamento progressivo con la vita e gli interessi dei lavoratori, un gruppo dirigente screditato e quindi un progetto muto socialmente. La stessa politica delle alleanze è stretta tra un’area, Rutelli e altri, che guarda all’Udc, un’altra, i prodiani, la sinistra, che pensa alla vecchia Unione e la corrente daleiana che pensa invece a un centrosinistra omnicomprensivo. Opzioni diverse e difficili da “amalgamare”.

8. A sinistra si chiude – come abbiamo più volte indicato – definitavamente un ciclo, quello della rifondazione comunista. Entrambe le liste dei Comunisti e di Sinistra e Libertà non superano il quorum, anche se insieme totalizzano quasi due milioni di voti cioè oltre 500mila in più della somma tra Arcobaleno e Socialisti alle Politiche dello scorso anno e il Pcl di Ferrando, con la sua lista mantiene nella sostanza il proprio voto di riferimento, migliorandolo in qualche realtà ma restando nei recinti dell’inefficacia politica. Le sinistre pagano il prezzo degli errori del passato e la miopia politica. I gruppi dirigenti hanno appeso le proprie sorti al Quorum e ora hanno pochi spazi di manovra anche se, paradossalmente, chi si muove più agilmente è l’ala vendoliana che incassa la legittimazione del suo leader. Un’ipotesi unitaria dei due tronconi è fortemente plausibile anche perché Rifondazione, con l’abbraccio mortale al Pdci e al continuismo dilibertiano, ha pagato un prezzo altissimo inibendosi la possibilità di uno scarto a sinistra e di un nuovo inizio.

Resta il paradosso di un voto a sinistra ampio, circa 2 milioni di voti, affidato a gruppi dirigenti fallimentari, che hanno sbagliato molto e che continuano a sbagliare.

9. Sinistra Critica, alla luce dei risultati, rivendica la scelta di essersi tenuta fuori dalla competizione per le europee e di non aver partecipato alla conta degli sconfitti. Una scelta sofferta ma comunque utile ai fini del rilancio di una proposta politica che costituirà l’asse del nostro imminente congresso. Una scelta, tra l’altro, per nulla gratuita visti i risultati ottenuti alle amministrative dove Sinistra Critica conferma, e in molti casi supera di molto, i risultati delle scorse politiche. La conferma è molto faticosa nelle principali città – Torino, Milano e Napoli – dove si presentavano quattro o cinque liste “comuniste” contemporaneamente e dove comunque Sinistra Critica regge la propria presenza – come a Casoria in provincia di Napoli – mentre nel resto delle province si assiste a risultati importanti: 1,7% a Rimini (2% a Riccione e 8% a Misano), 1,3 a Livorno (e in città la coalizione sostenuta ottiene il 9%); 6% nel comune di Calcinaia a Pisa; 1,2 a Perugia (con la coalizione a Bastia che supera il 5%); 0,8 a Terni che diventa l,1,5% a Orvieto e il 2% in comuni limitrofi; 0,6% a Rieti che diventa il 3% in Sabina, 0,8% ad Aprilia. Risutati modesti che però indicano una presenza e una capacità politica. In grado di impegnarsi nel sostegno alla lista “Bologna città libera” che ottiene l’1,6 a Bologna o di sostenere a Firenze la lista De Zordo che ottiene oltre il 4%. Un bene prezioso per continuare l’azione di resistenza che il quadro politico ci consegna.

Ci troviamo quindi a valle dell’ultimo episodio di una sconfitta lunga che chiama in causa un vasto gruppo dirigente (a questo punto farsi da parte sarebbe davvero molto dignitoso) e che pone sul serio la partita di una ricostruzione politica e sociale.

Serve un nuovo progetto di ricostruzione della sinistra anticapitalista che affronti sul serio e non di sfuggita nodi importanti. Non ci interessa un improbabile “coordinamento delle sconfitte” né una discussione di sigle, contenitori e di nominalismi. Pensiamo sia venuto il momento di una vera discussione pubblica, seria, approfondita, aspra, che prenda il tempo necessario per questa ricostruzione, che è soprattutto sociale. E’ il tema del nostro congresso e che poniamo all’attenzione della sinistra tutta.

NASCE IL LABORATORIO AVELLINO

Ad Avellino siamo riusciti a fare quello che le nostre classi dirigenti nazionali non sono riuscite a fare alle europee: costruire una lista anticapitalista che raccolga tutte le forze sane e di alternativa. Ci siamo davvero tutti dal Partito della Rifondazione Comunista ai Comunisti Italiani, da Sinistra Critica ai compagni dei movimenti di resistenza alla devastazione delle nostre comunità, dagli ambientalisti al mondo del lavoro e sindacale.Tutti insieme per  un’uscita dalla crisi della nostra Provincia fondata sulla democrazia economica, sulla giustizia sociale e sulla solidarietà.

Da sempre abbiamo rivendicato il fatto che questa operazione rappresentava un laboratorio nazionale capace di dimostrare a tutti che l’unità, prima delle riunificazioni, si fa sui contenuti, nel vivo del conflitto sociale; e che quando le contraddizioni di questa società si vivono in prima persona, sulla propria pelle, non si discute sui simboli, sedi e soldi, ma su come coagulare le forze, come costruire un argine di resistenza.

Preferiamo interrogarci sull’utilità sociale della Sinistra in questa terra aspra, su come costruire vertenze capaci di dare risposte concrete ai lavoratori, ai migranti, agli studenti. La pari dignità nella costruzione delle liste, il simbolo, la progettazione della campagna elettorale sono venute in seguito, in maniera quasi spontanea senza lunghe discussioni e accapigliamenti.

Questo blog sarà lo strumento di comunicazione ufficiale della lista anticapitalista alla Provincia di Avellino e nei comuni in cui siamo presenti. Su questa comunità virtuale troverete di tutto: dalle linee programmatiche su cui ci uniamo alle date delle iniziative di questa lunga campagna elettorale, dalle informazioni sui candidati ai materiali di propaganda da scaricare e distribuire.

Ci sono tanti modi di fare comunicazione. Noi non abbiamo tanti soldi da spendere e preferiamo dare un segnale d’innovazione anche in questo campo conducendo una campagna elettorale sobria, usando mezzi di comunicazione innovativi e diretti, nella speranza di un buon risultato elettorale così dopo il 6 e 7 giugno qualcuno capirà che l’unità è possibile, che l’unità è necessaria.

AvellinoLAB http://avellinolab.wordpress.com/

ECCO PERCHE’ NON POSSIAMO TORNARE IN RIFONDAZIONE COMUNISTA

“ […]per dirla senza giri di parole, il PRC continua ad essere in troppe giunte (basti pensare a quelle calabresi e campane) e ha già avviato trattative per la continuazione o inaugurazione di esperienze di governo su una linea minimalista e frontista che è la stessa degli ultimi anni. La svolta a sinistra nella maggioranza dei territori non c’è. C’è un continuismo che nella attuale situazione si configura come una vera e propria svolta destra.”

Ramon Mantovani

È chiaro che la domanda di unità del popolo della sinistra anticapitalista è sempre più pressante, come è chiaro che questo arcipelago di partitini non serve assolutamente a niente, anzi crea solo confusione nell’elettorato e ingrossamento dei consensi di Di Pietro. Ma la proposta di ritornare a rifondazione comunista e ripartire da lì per creare una sinistra anticapitalista moderna e dinamica è pura retorica e soprattutto fantasia. La frase con cui inizio questa mia “analisi” è di Ramon Mantovani, noto dirigente del PRC (a mio avviso uomo lucido e razionale, compagno straordinario, l’unico che merita di dirigere quel partito), estrapolata dalla lettera che lui ha inviato alla maggioranza uscita vincitrice dal congresso di Chianciano. A dire la verità bisognerebbe riportare molti passi, io vi consiglio di leggerla tutta [Lettera aperta alla maggioranza di Chianciano.]

È evidente di come a sinistra l’unico chiarimento possibile prima di innescare meccanismi di unità, o annessioni come vorrebbe qualcuno come Claudio Grassi, è il governo locale e le varie esperienze. L’ultimo dato, quello della Sardegna, è inequivocabile: il centrosinistra, così come lo abbiamo conosciuto dal 1996 ad oggi, è morto. Noi non avevamo dubbi da molto tempo ma le ultime due o tre batoste elettorali (Roma, Abruzzo, Sardegna) lo dimostrano con disarmante chiarezza.  È chiaro quindi come non vanno ricercati nuovi stimoli e collanti con il PD ma bisogna ricostruire dei legami forti e duraturi con la base, ricostruire una fiducia reciproca che da tempo non c’è più. Fiducia che rinasce anche guardando all’operato “istituzionale” di rifondazione sul territorio. Io mi chiedo come un operaio, uno studente, un elettore possa fidarsi di un partito che partecipa alla spartizione di potere in Campania e in Calabria, o che a Bologna non esita a mettere alla porta il suo segretario pur di allearsi con il PD; lo stesso PD che appoggia Cofferati a cui il PRC ha sempre fatto opposizione negando la fiducia. Come si fa a credere ad un partito con “organismi dirigenti composti pesantemente da persone direttamente o indirettamente dipendenti, dal punto di vista del reddito, dagli “istituzionali”. Decine di circoli con numeri spropositati di iscritti che si schierano come un sol uomo in occasione del congresso passando da una mozione all’altra sulla base della convenienza dell’istituzionale di turno, ma che spesso non svolgono alcuna attività politica fra un congresso e l’altro che non sia connessa alla visibilità e al prestigio dell’istituzionale di riferimento. Patti trasversali fra istituzionali interni ed esterni al partito e lotte fra diverse fazioni con l’unico scopo di assicurarsi il controllo degli organismi preposti a prendere le decisioni circa le alleanze elettorali e soprattutto a condurre le trattative per la spartizione di decine e decine di posti ben pagati nella pletora di enti di seconda nomina. Pratica diffusa di raccomandazioni di ogni genere allo scopo di costruire pacchetti di voti da usare alle elezioni, o addirittura allo scopo di far transitare persone, alla bisogna, dalla minoranza alla maggioranza nella direzione locale del partito.” (anche questo inciso è di Ramon Mantovani).

Io personalmente non sono così drastico nella chiusura a Rifondazione, tra l’altro credo che bisogna aprirsi e prendere la sfida delle europee accettando la proposta del PRC, ma da qui a prospettare un rientro ci vedo un abisso. Sciogliere una esperienza importante come Sinistra Critica e rituffarci, in questo momento, di nuovo nel calderone del nostro ex partito significa suicidarsi, buttare a mare tutto il percorso fatto fin qui, perdere il nostro straordinario patrimonio di giovani che si avvicinano per la prima volta o riavvicinano alla politica grazie alla nostra azione e presenza. Ripeto non sono drastico nella chiusura, auspico un percorso comune che porti alla ricongiunzione nel minor tempo possibile, ma con punti chiari e discontinuità nella gestione. Non è un problema di nome e simbolo, per me il nuovo partito anticapitalista si può chiamare anche rifondazione comunista a patto che sia nuovo dentro, nuovo di idee, contenuti,  pratiche e uomini. Non si può chiedere unità senza aver tratto un bilancio della propria storia, dei motivi della rottura e della degenerazione interna.

Se si pratica realmente la svolta a sinistra descritta nel documento di Chianciano l’unità sarà automatica. E ci spero con tutto il cuore.

Mario Guerriero

OGGI, PIU’ CHE MAI, SERVE UN NUOVO INIZIO

Lettera aperta alla sinistra di classe

Con la vicenda di Liberazione, la cacciata di Sansonetti, l’ennesimo scontro interno e la scissione che sta per maturare tra l’area “vendoliana” e la nuova maggioranza del Prc, si rende sempre più evidente che un ciclo politico è definitamente chiuso. Questa constatazione Sinistra Critica l’aveva fatta già al tempo del governo Prodi e dell’espulsione di Franco Turigliatto colpevole di aver votato contro la guerra e di aver rinnegato, in nome di quest’ultima, il vincolo politico al centrosinistra. Ci sembrava evidente che di fronte a una prova vera, inoppugnabile, come quella del comportamento parlamentare relativo alla guerra, un partito che era nato proprio in nome del rifiuto della guerra, rinnegava se stesso e chiudeva simbolicamente la propria parabola politica. Pensiamo di aver avuto ragione e paradossalmente abbiamo visto giusto troppo in anticipo per il sentimento medio dei, delle militanti di Rifondazione. Ora il dado è tratto, senza possibilità di equivoci. Per quanto la nuova maggioranza del Prc abbia scelto la strada della difesa identitaria e dell’arrocamento dentro il proprio fortino, la possibile scissione di circa metà del partito equivale alla fine concreta di quell’esperienza che è stata Rifondazione comunista a cui molti di noi hanno contribuito attivamente anche assumendone ruoli di direzione.

E’ sbagliato dire, come fa oggi la minoranza attuale, che questa storia si chiude a causa dell’irrigidimento “staliniano” del Prc o perché viene meno l’autonomia di Liberazione. Questi argomenti, per quanto contengano elementi di verità, appaiono tutto sommato un po’ forzati e strumentali. Come si fa a parlare, da parte degli autori della cacciata di Franco Turigliatto, di involuzione staliniana? E come si fa a colpevolizzare il mancato coinvolgimento di una parte consistente del partito alla sua gestione se la ex maggioranza, quella uscita dal congresso di Venezia, teorizzò, con inedita virulenza, la pratica del “chi vince prende tutto”?. Quanto all’autonomia del giornale, non ci permettiamo di entrare in vicende interne ad un altro partito, ma ci appare evidente che se per quasi un mese la vicenda Liberazione si è intersecata a dinamiche curiose legate al dibattito sulla psicanalisi, le responsabilità sono tutt’altro che unilaterali e purtroppo hanno un amaro sapore simbolico.

La storia del Prc e delle forze di sinistra, in realtà, si è chiusa sull’altare della prova di governo. E’ vero che per oltre un decennio la questione del governo ha attraversato in particolare quel partito, spaccandolo a ogni congresso e provocondo scissioni più o meno corpose. Un conto, però, è discutere del governo, scegliere quell’orientamento senza avere però la possibilità effettiva di esercitare il governo stesso, un altro è invece assumere incarichi istituzionali e ministeriali e ridursi a gestire miseramente le scelte del capitalismo e dell’imperialismo italiano senza assumere il minimo ruolo di controtendenza. L’abisso in cui il Prc è sprofondato con il secondo governo Prodi non fu toccato nemmeno nel caso dell’appoggio esterno al primo governo Prodi. Sia perché allora, Rifondazione non occupò nemmeno una poltrona, sia perché quell’esperienza fu comunque a termine e conclusa da una rottura clamorosa e da una scissione dolorosa. Di questo abisso che sta alla base della disfatta della sinistra di classe portano la responsabilità tutti i dirigenti attuali delle varie formazioni: da Giordano e Bertinotti a Ferrero, da Diliberto a Fabio Mussi, da Grazia Francescato a Claudio Fava e così via. Discutere dello stato comatoso in cui versa la sinistra senza riferirsi correttamente alle cause che hanno prodotto il male – il governo, nel senso dell’adattamento supino alle compatibilità capitalistiche e alla necessità di “governare i processi” – significa perpetuare all’infinito la malattia. Cosa che gli attuali dirigenti della sinistra di (ex) governo sanno fare molto bene e che infatti stanno facendo con accortezza.

Il punto che ci interessa è se, invece, di fronte a questa diaspora continua e a una crisi rovinosa, sia possibile tracciare qualche elemento corposo di inversione di rotta, qualche resistenza politica e culturale alla dissipazione che provi a far ripartire un cammino utile per gli interessi di classe, per le lotte sociali e per il lavoro difficile dei movimenti di trasformazione. Sinistra Critica è nata con questa ambizione, non per celebrare la propria conservazione, ma per riaprire un’ipotesi di alternativa.

Per questo, di fronte al disastro e alle macerie, pensiamo sia il tempo di prendere in considerazione quello che proponiamo da vario tempo parlando della necessità di una “nuova sinistra anticapitalista”.

Per questo proponiamo un azzeramento delle realtà attuali e una disponiblità a rifondare una sinistra di classe, anticapitalista, comunista, femminista, ecologista che faccia tesoro degli errori passati e riprovi a costruirsi su coordinate programmatiche più corpose, su pratiche sociali efficaci, su metodi organizzativi democratici, pluralisti effettivamente partecipativi, a partire dal basso e che tengano conto delle differenze di genere. Una sinistra che sappia raccogliere la sfida all’intero sistema capitalista nel momento della sua crisi, che sappia rimettere all’ordine del giorno la necessità di costruire una società radicalmente alternativa, che traduca il crescente malcontento sociale e la critica verticale alla politica in una moderna idea di rivoluzione, che quindi sostanzi una corposa prospettiva strategica e non si limiti a “vivacchiare” in attesa di qualche salvifico passaggio elettorale. E che, quindi, sia un processo reale radicato nei luoghi del conflitto sociale e sui territori, agli antipodi di ogni idea di assemblaggio verticistico e sterile di quel che resta sul terreno, dopo la sconfitta e la frammentazione.

Che si costruisca su basi politiche solide e non contraddittorie: serve oggi una sinistra di classe alternativa al Pd che non può restare ambigua di fronte a questo nodo alleandosi a seconda delle convenienze. Non può esistere una sinistra di classe coerente che si pensi in alternativa a Veltroni ma alleata di Soru come ha avuto modo di sostenere Paolo Ferrero: sono queste ambiguità ad aver provocato l’abisso.

Per affrontare una simile fase “costituente” c’è bisogno, lo diciamo senza perifrasi, dell’azzeramento delle attuali organizzazioni politiche, di tutte quelle che si vogliono cimentare con un simile progetto e della ricostruzione di una nuova soggettività politica che guardi al futuro e alle nuove generazioni senza rigurgiti identitari e senza nostalgie retoriche. Non proponiamo di buttare via la storia del Novecento ma di rileggerlo in funzione degli interessi di classe e del protagonismo democratico e rivoluzionario delle classi subalterne senza santini consolatori.

Una nuova sinistra di classe, dinamica, aperta è oggi assolutamente necessaria. Molte espressioni della sinistra alternativa che fu pensano oggi che un approdo efficace e utile sia quello di dare vita a una sinistra modernamente riformista, che morda la crisi del Pd e che se ne faccia alleato sia pure concorrente. E’ un progetto legittimo e coerente, forse anche utile se serve a modificare le vicende del Pd stesso, ma non è il progetto che a noi interessa e che interessa a migliaia di militanti ancora oggi legati e legate a una prospettiva anticapitalista e un orizzonte di trasformazione radicale dell’esistente. Non è quello che definiremmo comunista, ecologista e femminista. Una sinistra di questo tipo, invece, è molto importante e avrebbe bisogno dell’apporto di quanti e quante dicono di volersi ancorare a una prospettiva simile a patto di rendersi conto che una fase si è chiusa e che c’è bisogno di una sinistra nuova, una nuova sinistra di classe. La riproposizione statica dell’esistente non farà che aggravare la crisi e alimentare nuove diaspore. Restare abbarbicati al Muro di Berlino non è meglio che governare con il Pd, la reiterazione in automatico di un progetto che la forza dei fatti dimostra esaurito non farà che produrre un imballamento del corpo militante e ripetere all’infinito che Rifondazione continua a dispetto dell’esaurimento del suo percorso non rappresenta una linea politica.

Una sinistra di classe nuova e capace di raccogliere la sfida del futuro deve vedere necessariamente un protagonismo diretto di nuove generazioni militanti, libere dalle responsabilità dei fallimenti maturati finora. La crisi infinita che attanaglia la sinistra non potrà certo essere risolta da gruppi dirigenti che, con sfumature diversa ma d’accordo nella sostanza, hanno convintamente lavorato per portarla al disastro. Ci sono momenti in cui è giusto e necessario fare un passo a lato se questo aiuta a ricostruire la credibilità che oggi manca e a sostanziare con atti e comportamenti quello che spesso rimane nell’ambito delle parole.

Sinistra Critica, ovviamente, continuerà la sua battaglia e la sua costruzione indipendente fino a quando segnali concreti, efficaci e veritieri non verranno dalle altre forze della sinistra di classe. Per noi il modo migliore di far avanzare questa proposta e questa prospettiva è la costruzione dell’unico soggetto che ci crede veramente. Ma siamo e saremo pronti al salto di qualità a condizione che guardi al futuro, che abbia quella dose di innovazione politica che gli studenti dell’Onda hanno reclamato con forza lo scorso autunno, che colga il nodo delle tante soggettività che possono concorrere alla lotta contro il capitalismo e che non faccia sconti di nessun tipo a quest’ultimo, essendo la radice anticapitalista l’unica da cui può fiorire una robusta sinistra di classe.

alcuni chiarimenti in merito all’unità dei comunisti

In merito all’articolo di Buongiorno Irpinia di ieri (venerdì 16 gennaio) a pagina 3 dal titolo “Vendoliani, entro fine mese la scissione dal Prc” in cui era riportato il seguente passo (con l’uscita dell’area Vendola da Rifondazione Comunista “si potrebbe verificare, ma non è ancora imminente, la riunione tra Rifondazione Comunista e il Partito dei Comunisti Italiani. Probabile l’ingresso anche di Sinistra Critica di Turigliatto, fondata dall’ex parlamentare proprio in contrapposizione alla linea di Bertinotti”), il coordinamento provinciale di Sinistra Critica esprime innanzitutto rammarico per come le vicende travagliate della sinistra radicale irpina vengono trattate con leggerezza affrettando spesso conclusioni inopportune.

In questo momento non si è accennato a nessuna ipotesi di riunificazione tra il nostro movimento e il PRC che resta distante da chi, come noi, vuole ricostruire una sinistra di classe, anticapitalista, agli antipodi da discorsi meramente elettoralistici e di alleanze. Inoltre la linea espressa da Ferrero e il suo gruppo dirigente parla chiaramente di un rilancio del soggetto della Rifondazione Comunista che determina un arroccamento identitario che non ci appartiene.

La nostra analisi resta chiara: il progetto della rifondazione comunista è fallito. Ed è fallito per la semplice ragione che non ha assolto i compiti per cui era nata ed è stata per questo letteralmente aspirata in un altro orizzonte strategico, di cui invece doveva rappresentare l’alternativa. Certo, riconosciamo che all’inizio rifondazione ha rappresentato un processo vitale, denso di militanza, capace di resistere allo sfaldamento della sinistra di classe a livello mondiale, dimostrando che si poteva resistere nonostante le difficoltà oggettive che incontrava il movimento operaio, e questo va conservato nel patrimonio della sinistra ma non possiamo chiudere gli occhi davanti alla situazione attuale. La fine della spinta propulsiva di questo soggetto non rappresenta la morte della sinistra, ma lo stimolo per andare avanti sperimentando nuove forme di aggregazione politica e nuovi linguaggi. Con la fine della rifondazione in Italia non si può più rinviare la costruzione di una sinistra in grado di riproporre il tema non del “nuovo” a parole ma della “rivoluzione” del paese, su basi democratiche e di partecipazione popolare, una sinistra anticapitalista e di classe.

Volgiamo dialogare con tutti nel rispetto delle identità e con la consapevolezza che la ricomposizione dei comunisti è un lavoro lungo, che parte dal conflitto sociale e non con la sommatoria di infruttuose classi dirigenti di micro partitini, che si completa nella costruzione di una soggettività nuova, aperta e plurale. Nessuno ingloberà altri. Nei nostri mari non esistono squali grandi che mangiano pesci piccoli.

CRISI INTERNA E RISCHIO DI SCISSIONE NEL PRC

La crisi e la frattura che si sono determinate all’interno del Prc irpino e, più in generale, su scala nazionale, sembrano essere approdate ad un livello addirittura insanabile, prossimo ad una drammatica, dolorosa ed inevitabile scissione interna. Tuttavia, nulla avviene casualmente, per cui è d’uopo sollecitare una riflessione il più possibile onesta, serena e rigorosa per provare ad indagare e comprendere le ragioni di questa deriva storico-politica.

Il fatto che si sia ridotti a rimpiangere la vecchia gestione maraiana della segreteria provinciale del Prc, è un motivo di amarezza e delusione, un segnale a dir poco allarmante. E’ un dato oggettivamente inquietante che denota lo sfacelo morale e politico prodottosi nel partito, il livello di arretratezza e degrado in cui è precipitato il Prc in provincia di Avellino, a causa soprattutto (ma non solo) dei metodi di arroganza, cinismo e spregiudicatezza adottati nella gestione interna. Sistemi di stampo dirigistico e personalistico che rasentano e riproducono gli schemi dell’autoritarismo stalinista e, in taluni casi e circostanze, hanno superato persino le pratiche di nepotismo e favoritismo di marca demitiana.

A leggere alcuni affermazioni dei compagni del PRC sembra di capire che le fratture e le lacerazioni interne, le contraddizioni e le lotte intestine al Prc siano da attribuire alla semplice e mera “cattiveria” umana. Vale a dire all’”imbarbarimento” degli animi, all’involuzione e all’abbrutimento delle coscienze e dei comportamenti dei singoli compagni, alla crescente e diffusa malvagità interiore, all’aberrazione etico-morale di alcune individualità.

In tal guisa sono state trascurate, oppure omesse ed ignorate del tutto, le correlazioni con altri fattori causali, da ricondurre a dinamiche e processi di natura più vasta e complessa, insiti nei rapporti tra le forze sociali e materiali che si collocano nell’attuale sistema politico, economico-affaristico e strutturale che fa capo al capitalismo non solo nazionale ma globale. Tali equilibri di forza hanno sicuramente a che fare con la corruzione e la degenerazione ideologica e pratica in senso opportunistico di numerosi quadri dirigenti del Prc, fino a farne un partito non più di classe, non più rivoluzionario (se mai lo è stato), ma un organismo, nella migliore delle ipotesi, di tipo democratico-progressista, illuminista-borghese e radical-chic.

Può anche darsi che sia avvenuto qualcosa di simile a quanto è accaduto in passato a formazioni politiche ben più importanti e di massa: si pensi alla socialdemocrazia tedesca e ad altri partiti socialisti della II Internazionale, che tradirono la causa del proletariato internazionale per aderire alle posizioni e alle scelte imposte dalle borghesie imperialiste e guerrafondaie che portarono al primo conflitto bellico mondiale. Oppure si pensi al Partito Comunista Italiano, corrotto e snaturatosi sin dai tempi di Togliatti in virtù di un processo degenerativo in senso burocratico-verticistico, e trasformatosi alla fine in una forza interclassista, subalterna al potere democristiano, addirittura conservatrice e repressiva che ha contribuito ad arginare le lotte più avanzate ed emancipatrici sorte dal 1968 in poi, soffocando le spinte propulsive esercitatesi all’interno del movimento operaio, sindacale e politico italiano.

Tali esperienze storiche hanno svelato la matrice e l’origine individualistico-borghese dell’opportunismo che si insinua come un virus all’interno dei movimenti e delle lotte delle classi operaie e lavoratrici, all’interno delle organizzazioni politiche del proletariato, per deviarle e dirigerle verso posizioni non più rivoluzionarie e classiste, bensì addomesticate e imborghesite.

Mi rendo conto che il mio linguaggio e il mio ragionamento potranno risultare anacronistici ed obsoleti, ma credo che l’analisi più corretta e più valida da proporre sia esattamente quella che ho provato ad introdurre nel dibattito. Inoltre, non va dimenticato che il virus dell’opportunismo, “malattia senile del comunismo”, si camuffa in maniera subdola e strisciante, presentandosi anche attraverso i sintomi di un presunto e millantato rinnovamento teorico-culturale, persino lessicale e terminologico, del “vecchio armamentario ideologico e linguistico” dei comunisti. Si pensi al revisionismo ideologico di E. Bernstein ai tempi della II Internazionale, oppure all’odierno revisionismo teorico e parolaio di personaggi ambigui e discutibili quali Bertinotti & soci.

Naturalmente, il mio contributo non vuol essere per nulla esaustivo delle cause che hanno condotto all’attuale disastro locale e nazionale, che ha segnato l’eclissi totale della cosiddetta “sinistra radicale” all’interno dello scenario politico parlamentare, quale risultato finale di un processo storico di deriva e di crescente marginalizzazione e subalternità politico-culturale del Prc ai poteri egemoni e dominanti all’interno della società italiana.

Lucio Garofalo

Il PD, la questione morale e l’alternativa di Sinistra

“La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati.

Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.”

E. Berlinguer

Anche se è esagerato l’alone mistico nei confronti di Enrico Berlinguer dobbiamo ammettere che quando abbiamo appreso che il Partito Democratico lo aveva inserito nel proprio Pantheon insieme ad altre figure distanti anni luce da lui ci siamo sentiti abbastanza offesi e delusi. Enrico Berlinguer, l’uomo della questione morale, come simbolo del partito delle banche e della corruzione.

Oggi tutti se ne rendono conto. Il PD è questo: il partito delle scalate alle banche, dei finanzieri speculatori, degli amministratori del male affare e della gestione clientelare sul territorio che ha determinato l’atrofia del pensiero e la corsa della gente nei tentacoli del berlusconismo. Insomma, per riprendere una celebre definizione involontariamente autocelebrativa dell’on. Bettino Craxi, il partito dei mariuoli.

L’arresto degli assessori Di Mezza e Laudadio a Napoli, lo scandalo in Abruzzo (Del Turco prima, D’Alfonso poi), Bassolino alla regione Campania dimostrano che il  nel PD c’è una seria questione morale che delegittima le tante persone (soprattutto ragazzi e ragazze onesti) che si riconoscono in un contenitore vuoto, privo di idee che ha messo insieme persone e soggetti di diversa estrazione politica accumunandoli in una gestione torbida della cosa pubblica. E così è chiaro anche (finalmente) che non sono i “capricci” (così li hanno definiti) della sinistra a far vincere Berlusconi, ma è il PD e la sua peggior politica che non offrendo un immagine di alternativa consegnano il Paese alle destre.

Ad Avellino non sarà il venir meno dei voti del centrosinistra alternativo a far perdere Galasso ma la sua squallida gestione della cosa pubblica, il suo essere legato alle logiche della lottizzazione, all’aver creato una città dormitorio.

Per questo chi oggi si anima cercando di convincere gli altri che bisogna essere uniti noi rilanciamo la questione morale e quella anticapitalista. Le elezioni abruzzesi mostrano come non esistano mosse ad effetto o scorciatoie tattiche per salvare la sinistra dai propri fallimenti e dalla propria crisi, e che, per essere efficace e recuperare la propria credibilità, deve però rompere con l’idea di poter governare con il Pd e schierarsi su posizioni nettamente anticapitaliste.

Ma il tempo stringe e bisogna far presto. Non pensi Rifondazione di rompere con questa gente solo l’ultimo giorno e poi in campagna elettorale inventarsi una verginità che non esiste. La gente lo ha capito e vi annienterà definitivamente.

MOBILITAZIONE D’AUTUNNO? VEDIAMOCI IL 9 SETTEMBRE

Un appello per una iniziativa partecipata e dal basso

I primi passi del governo hanno confermato le previsioni di chi considera la destra italiana un miscuglio di populismo, autoritarismo al servizio di una logica padronale e confindustriale. Il pacchetto sicurezza con il suo razzismo istituzionale, gli attacchi indiscriminati contro la popolazione campana in difesa della salute contro le discariche tossiche, l’assalto ai servizi pubblici locali, i ripetuti attacchi contro i lavoratori pubblici definiti «fannulloni», il rilancio di una politica militaresca con la conferma e ampliamento delle missioni militari e la determinazione a costruire la nuova base di Vicenza nonostante l’opposizione popolare fino ai
soldati nelle città, fanno il paio con il tentativo di Confindustria, tramite il tavolo concertativo, di abolire il contratto nazionale, con i desiderata integralisti del Vaticano, con una politica dell’Unione europea che, con le direttive sul rimpatrio dei migranti e con quella sull’allungamento della settimana lavorativa, suggellano il clima reazionario che si respira in tutto il continente. A tutto questo si associa l’arroganza istituzionale di un governo che fa dei processi giudiziari del proprio leader il perno della propria politica. Di questa situazione porta una responsabilità diretta il centrosinistra che con l’esperienza del governo Prodi ha spianato la strada a gran parte delle misure – criminalizzazione dei Rom, flessibilizzazione del mercato del lavoro, base di Vicenza, Alta Velocità, repressione delle popolazioni campane in rivolta contro la gestione rifiuti – che oggi appaiono giustamente odiose. Anche la politica concertativa delle confederazioni sindacali ha permesso al precedente governo di centrosinistra di portare avanti l’attacco al mondo del lavoro ed allo stato sociale. Sullo sfondo di queste dinamiche nazionali si stagliano scenari internazionali molto preoccupanti. Il primo è quello di una Unione europea che si presenta nemica dei lavoratori e dei popoli come è stato ben percepito in Irlanda; il secondo è quello del rumore di sciabole attorno all’Iran; ma la questione più grave indubbiamente è lo scenario economico che manifesta segnali di crisi strutturale.
Di fronte a questo quadro è evidente che serve un nuovo protagonismo sociale, dal basso, partecipato, capace di connettere i tanti fili di resistenza sociale che pure esistono e di battere un colpo per esprimere la porzione di paese che non si rassegna all’esistente. Come organizzazioni e persone che hanno mantenuto un filo comune di dibattito e di mobilitazione in questi anni, abbiamo avvertito l’esigenza di un primo incontro per costruire una mobilitazione contro il governo e la Confindustria, senza fare sconti al Pd. Osserviamo, oggi, che l’esigenza di una mobilitazione, autonoma dal Pd, si estende ad altri soggetti della sinistra che pure sono stati legati all’esperienza del centrosinistra. E’ un fatto di per sé positivo. Per questo proponiamo un incontro dell’opposizione sociale, sindacale e politica il 9 settembre per contrastare le politiche filopadronali e razziste del governo, gli attacchi ai lavoratori e ai migranti che vengono anche dall’Europa, la repressione contro i movimenti e le comunità in lotta. Un incontro aperto, in grado di ragionare sulle mobilitazioni immediate e sulle forme più efficaci per estendere partecipazione e protagonismo dei movimenti.


Confederazione Cobas, Coordinamento dei Collettivi universitari di Roma, Rdb, Rete dei Comunisti, Sinistra Critica, Giorgio Cremaschi (Fiom Cgil), Marco Bersani (Attac)

novesettembre@gmail.com

La nostra posizione sul congresso di Rifondazione Comunista.

Non si è ancora spento il dibattito sul congresso di Rifondazione Comunista anche ad Avellino. È normale che in una fase concitata come questa si rincorrono voci, discussioni e accordi che cercano di farci uscire dal pantano in cui ci siamo trovati. Le elezioni di aprile hanno mostrato tutti i limiti della sinistra italiana, tutta la sua inadeguatezza; e tutte le sottili differenze tra formazioni politiche si annullano dinanzi a questo disastro storico. Per questo abbiamo sempre considerato il nostro 0,5% una consolazione e non una vittoria. Una consolazione che ripaga lo sforzo di una campagna elettorale difficile, polarizzata all’ennesima potenza, fatta con la fretta di disegnare un simbolo che ancora non avevamo, con la fretta di organizzare il movimento in maniera capillare sui territori e soprattutto senza tutti i soldi della Sinistra Arcobaleno, e quindi determinando uno sforzo economico da parte di tutti i compagni.

In campagna elettorale abbiamo avuto modo di discutere anche della chiusura di un ciclo politico. Di una storia. La storia di Rifondazione Comunista, del suo progetto. Il PRC fallisce per la semplice ragione che non ha assolto i compiti per cui era nato ed è stato per questo letteralmente aspirato in un altro orizzonte strategico, di cui invece doveva rappresentare l’alternativa. Lo abbiamo detto in campagna elettorale non per raccogliere i voti dei nostalgici e degli identitari, ma perché è una valutazione oggettiva, tra l’altro ripresa anche nel congresso di Chianciano. Lo ripetiamo oggi con la stesa convinzione di tre mesi fa. È fallita Rifondazione con l’esperienza della rifondazione. Non si può sorvolare su questo punto fondamentale della discussione.

Il congresso che ha determinato la vittoria di Paolo Ferrero non ha visto un analisi profonda della sconfitta, e la prova di tutto ciò è l’entusiasmo per Bertinotti o il fatto che la svolta, oggi, sia guidata da chi, ministro del governo Prodi, ha avallato tutte le scelte bertinottiane contribuendo attivamente al disastro attuale. Identico discorso vale per l’area guidata da Vendola con l’aggravante di non aver nemmeno accennato alla disfatta ma aver mostrato la pretesa di essere “il nuovo che avanza” e la “soluzione ai mali della sinistra”.

La nostra critica alla gestione del PRC non è una giustificazione delle continue porcate (iniziamo a chiamare le cose con il proprio nome) dei bertinottiani nei congressi di circolo. Non sopportiamo la falsità dei compagni che disdegnano l’accordo fatto dalle quattro mozioni e poi ritenevano giusto l’accordo Vendola – Grassi. Ma non è una porcata anche questa? Certo Ferrero ha vinto con una “coalizione contro” e non una “coalizione per” e l’imposizione di Grassi di aumentare i posti nella segreteria per l’area di “essere comunisti” è scandalosa, ma in nessun caso il congresso nazionale corrispondeva alla effettiva volontà dei compagni.

Il documento politico della maggioranza è sostanzialmente un discreto documento e verificheremo comunque nell’effettiva pratica sociale le intenzioni della nuova maggioranza di Rifondazione. Ora è presto per azzardare ogni conclusione. Resta comunque il problema della credibilità della classe dirigente di Rifondazione, in toto colpevole dell’attuale situazione, come abbiamo detto precedentemente.

Per questo smentiamo categoricamente tutte le voci che ci danno ormai per inglobati dal nuovo PRC e rilanciamo con forza l’idea della costituente anticapitalista che prenda atto della fine della rifondazione e parta dal superamento di rifondazione in un soggetto politico ampio, plurale, anticapitalista e di movimento in netta antitesi con il PD. Un partito di lotta che metta in campo una valida e forte resistenza non a Berlusconi ma al capitalismo barbaro e riprenda una strategia di ampio respiro, lavorando per creare le condizioni di una reale alternativa di società, di un cambio di sistema. Un soggetto che sia all’altezza dei tempi e in grado di misurarsi con i fallimenti che abbiamo alle spalle.